Di Fabio Liverani
Alla domanda: “Padre insegnami a fotografare”, George Rodger risponde: “Penso che nessuno potrà indicarti in che modo agire, a parte raccomandarti di essere onesto con te stesso. Certamente, non puoi interpretare cosa vedi nel mirino senza avere la giusta conoscenza di cosa si tratta. Devi sentire una certa affinità verso quel che fotografi. Devi esserne parte ed al tempo stesso rimanere sufficientemente distante e guardarlo in modo obiettivo. [...] Purtroppo non esiste formula per acquisire questa “conoscenza – a – memoria”, questa comprensione. È qualcosa che nascerà spontaneamente dal profondo di te stesso” (dal web).
Troviamo come cappello ad un testo sul web riferito alla didattica fotografica le parole sopra citate del noto fotografo George Rodger (fotoreporter inglese; Hale, 19 marzo 1908 – Ashford, 24 luglio 1995), in buona fede pensiamo ad una mala traduzione, o ad una estrapolazione sintetica che elude e cambia il significato della lettera nel suo insieme, insomma ci vogliono far credere che insegnare la fotografia non sia poi tanto possibile… ma, prendiamo spunto da questa frase.
La sensibilità non si può insegnare, di italo Calvino ce n’è uno, di Umberto Eco pure, quindi se non hanno particolari doti innate non mandate i vostri figli a scuola! A che gli serve imparare la grammatica, i vocaboli, la storia? Tanto quel conta non si può insegnare… La grammatica? A che ti serve? Tanto non sarai mai un Galeano!
Cari amici che vi adoperate in impegnative letture, che spendete in costose attrezzature, che passate molte serate a pensare alla fotografia, diventerete mai dei Salgado? Dei Lanting o dei Mc Curry? Probabilmente no! Tantomeno seguendo la cultura di quest’ultimo ventennio sul “diventare” subito, ottenere nell’immediato, sulla gloria senza fatiche e costi.
Certo, no… ma… eh già c’è un “MA” grande come un palazzo! Studiare ed approfondire il linguaggio fotografico, anche la semplice regola dei terzi, la tecnica e la comunicazione dell’immagine ci fa crescere! Ci sono cose che non si possono insegnare ma ce ne sono altrettante e forse più che si possono insegnare eccome, si possono apprendere e mettere in pratica in un processo didattico. Anche se non diventeremo scrittori che passano alla storia della letteratura è importante, importantissimo saper leggere e scrivere bene, su questo siamo, credo, tutti d’accordo.
Allora perché da consumatori di immagini, e badate bene, tutti, e dico tutti, siamo consumatori di immagini, bersagliati tutti i giorni, dal cinema alla tv, dalla pubblicità ai manifesti, dall’informazione al divertimento. Perché non conoscere i processi comunicativi, le regole compositive, i meccanismi che le regolano, non solo, le nostre immagini ne trarranno un enorme beneficio ma impareremo anche a decodificare la comunicazione e ad impiegarla meglio nelle nostre fotografie e nelle immagini che “consumiamo” oltre che poter criticare costruttivamente cosa può esser utile per noi o inutile, falso o reale.
Si può fare didattica fotografica, si può imparare a comporre bene, si può imparare a cogliere dettagli e si può imparare a vedere fotograficamente, se non diventeremo dei BIG della fotografia poco importa, almeno sapremo come comunicare correttamente con le nostre opere e magari se abbiamo avuto in sorte una piccola dose della sensibilità del grande George magari nel nostro panorama fotografico qualcosa potremmo dire anche noi, e con cognizione di causa!
Tornando al testo di Rodger, alla domanda “insegnami a fotografare” si rivela quello che è sempre stato fin dall’inizio un’accesa discussione fra filosofi, pittori e fotografi, tecnicismo ed arte. Perché in effetti la fotografia è probabilmente la forma espressiva dove la parte tecnica può essere rilevante nella consecuzione di un obbiettivo, di un’idea che arriva dalla nostra sensibilità artistica. Certo ci sono gli estremi tecnicisti che oggi giorno vediamo in forum, bacheche e discussioni, quali, sinceramente io aborro, prima viene la fotografia, l’arte, la visione, poi la tecnica per risolvere il pensiero. È chiaro che chi inizia e chiede insegnamento dovrà essenzialmente conoscere un minimo di tecnica per poi trasporre le sue idee, quindi un buon “maestro” sa che dovrà lavorare su i due aspetti: crescere la sensibilità artistica e risolvere i problemi che questa crea a livello tecnico, da qui nasce veramente il punto di cui discute il “Maestro” Rodger.
15 luglio 1970
Mio caro Jonathan,
Ho appena ricevuto la tua interessante lettera e ti ringrazio per avermi inviato alcune copie delle tue prime fotografie. Mi è piaciuta specialmente quella che hai fatto a Stonehenge in cui hai ripreso, invece delle pietre stesse, la loro ombra sul suolo. È alquanto difficile rispondere alle domande che mi poni, ma farò del mio meglio e se non comprenderai subito, ciò accadrà un poco più tardi. La tua prima domanda è senz’altro la principale e credo che rispondendo ad essa lo faccia anche per tutte le altre. Tu chiedi: – Che cosa devo fare per diventare un fotografo come te? – Se tu non avessi aggiunto quel “come te” in fondo alla frase, la risposta sarebbe stata per me molto più semplice. Come si può spiegare qualcosa di non tecnico, di non tangibile e che viene da dentro?
In realtà, avevo comprato un libro, scritto per fotografi principianti, che avrei voluto donarti per il tuo compleanno. Nella prima pagina dice che la luce viaggia ad una velocità di 186.000 miglia al secondo e nell’ultima pagina dice che un’altra parte dell’apparecchio non ancora analizzata è il mirino. Così, poiché vuoi diventare un fotografo come me, non ti regalerò questo libro per il tuo compleanno. Non lo condivido affatto. Non potrei preoccuparmi meno del fatto che la luce viaggi a 186 miglia al secondo o all’ora o al giorno. È davvero irrilevante. Ma invece sono convinto che il non ancora analizzato mirino è tutto ciò che c’è d’importante. Naturalmente, quando si è davvero all’inizio, bisogna imparare qualche regoletta tecnica. Lo devi fare, se vorrai esprimerti esteticamente attraverso mezzi e strumenti puramente meccanici (il fuoco, il diaframma, la velocità, etc. etc.). Ma questi dovranno diventare in fretta dei riflessi condizionati e poi dimenticati. Essi dovranno diventare per te istintivi come l’aprire la bocca per mordere una mela.
Poi, una volta stabilito questo automatismo, potrai concentrarti su quello che vedi nel mirino perché è attraverso il mirino che tu stabilisci il legame tra la realtà e la tua interpretazione di esso. Ricordalo. Qualunque cosa tu vedi sul vetro smerigliato della tua Rolleiflex è realtà.
La fotografia è ciò che tu fai di essa. Ciò che vedi nel mirino può essere brutto. Il tuo cuore può resistere appena all’orrore di ciò che vedi o i tuoi occhi annebbiarsi per la pietà e per la vergogna. Ma è tutta realtà e tu devi sapere cosa farne. Credo che nessuno saprebbe consigliarti come imparare ad usare la realtà, tranne dicendoti di essere sempre onesto verso te stesso, ma ciò è piuttosto vago. Certamente non puoi interpretare ciò che vedi nel tuo mirino e non puoi farne una buona fotografia, senza averlo prima compreso. Devi riuscire a provare una certa affinità con quello che stai fotografando; devi essere una parte di esso e nello stesso tempo restarne sufficientemente distaccato per poterlo vedere obiettivamente. Come guardare uno spettacolo dal mezzo del pubblico ma subito partecipandovi col cuore. Sfortunatamente non c’è nessuna formula per questo tipo di “partecipazione”. È qualcosa che viene dall’interno. Ma puoi esercitarti in questa direzione. Dipende molto dalla tua propria personale conoscenza del mondo e dalla tua abilità a percepire ed accettare come l’altra gente ci vive. Non andresti mai molto lontano volando in jet a destra e a sinistra, tenendo un costoso apparecchio appeso al collo come un rosario, e pretendendo che il mondo non si muova intanto che tu cerchi qualche elusiva verità. Ma monta piuttosto su una vecchia auto che sia garantita per rompersi ogni qualche centinaia di chilometri e guarda come va a finire. Qualcuno ha detto che maggiori saranno le tue difficoltà, migliore sarai te stesso.
Hai mai osservato un camaleonte? È una specie di lucertola che cambia i suoi colori accordandoli a quelli dell’ambiente: è verde nell’erba, marrone su un tronco, rosso pallido sulla latterite. È un metodo molto utile che potresti cercare di imitare. Non intendo dire che dovresti diventare color caffè nel Vizagatapam o completamente nero nel Bangassu, ma voglio dire che dovresti trovare quella certa attitudine per non apparire bianco in nessuno dei due posti. Ogni nazione, razza o tribù ha la sua morale, il suo orgoglio e la sua dignità, le sue regole e le sue abitudini e molto differenti le une dalle altre. E tu devi accettare queste cose e più le conosci e meglio è. Sviluppa il tuo metodo di camaleonte fino a saperti mescolare in tutti gli ambienti e sentirti veramente a casa tua sia nella capanna di un beduino che a palazzo reale. Impara le lingue, non solo quelle europee, ma arabo, swahili, urdu; ricorda di non avere mai fretta ad est di Suez o tutti rideranno di te. Impara a mangiare con le bacchette o con le dita, senza, per amore di Allah, usare la mano sinistra.
E ovunque ti trovi, evita i trucchi. Una buona fotografia è basata sulla verità e sull’integrità.
Il trucco è solo un mezzo da poveri uomini per giustificare la loro mancanza di talento, la loro incapacità a comporre una foto senza artifici. Fa che la composizione della tua immagine sia onesta, pura, forte e ben definita. È una questione di disegno e meno complicato esso è, più piacevole risulterà all’occhio. E credo che questo sia tutto ciò che posso dirti al momento. È così che io la vedo e la penso e non dico di avere necessariamente ragione. Ma rifletti su tutto ciò e non avere troppa fretta. Mi ci sono voluti più di trent’anni per comprendere e chiarirmi le cose; non mi aspetto che tu le digerisca in mezz’ora. Ma, per cortesia, non scrivermi la settimana prossima dicendomi che ciò che veramente vuoi fare, terminata la scuola, è il pilota di caccia-bombardiere.
Tuo affezionatissimo padre.
Lettera che Rodger scrisse a suo figlio Jonathan il 15 Luglio del 1970. Era chiaro che il figlio volesse seguire le orme del padre, noto fotografo e fondatore con Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, Maria Eisner e Rita Vandivert dell’agenzia Magnum Photos.