La piccola drosera carnivora


La piccola Drosera carnivora

Testo dii Sandro Bassi
Fotografie di Fabio Liverani

Le piante carnivore esistono, eccome. Solo che non sono quelle dei fumetti di Tarzan, né tantomeno quelle dei film di fantascienza, che mangiano persino gli uomini. Le piante carnivore sono anche in Italia: rare, in certi casi rarissime, riescono a “catturare” piccoli insetti grazie a sostanze vischiose che loro stesse emettono. E poi? Lentamente “digeriscono” le loro prede per trarne nutrimento, o meglio, per integrare la loro dieta, sopperendo così alla carenza di alcuni elementi – soprattutto azoto – che il loro habitat mette a disposizione in quantità limitatissima.
Vediamo qui un esempio da manuale: la rosolida o drosera a foglie rotonde (Drosera rotundifolia L.), minuscola abitatrice di torbiere e affini. Intanto, cosa sono le torbiere? Sono zone umide particolarissime, caratterizzate da suolo non drenato e accumulo di sostanza organica solo parzialmente decomposta cui diamo appunto il nome di torba. Le torbiere possono avere aspetti abbastanza diversi tra loro, a seconda dell’andamento stagionale, della zona e del loro grado di evoluzione; di fatto, anche al loro interno comprendono un mosaico di microambienti variabili. Tuttavia, dal punto di vista fisionomico si presentano sempre come stagni interrati, come conche verdeggianti dove il suolo è più o meno intriso d’acqua ma dove la copertura vegetale è continua, o quasi: l’acqua c’è, e anzi condiziona fortemente l’ambiente, ma non si presenta, se non in rari casi e/o in momenti temporanei, con specchi aperti.

L’acqua impedisce, o rallenta fortemente, i fenomeni di aerobiosi, “blocca” l’evoluzione della sostanza organica e rende asfittico il suolo, costituendo quindi fattore limitante per la vita vegetale. Le piante che vivono nelle torbiere hanno dovuto fare i conti con questa situazione, elaborando adattamenti e stratagemmi evolutivi. Uno dei più raffinati è proprio quello della Drosera, che, sulle foglie, possiede delle ghiandole cui fanno capo tanti piccoli peli rossi (lunghi fino a 3 millimetri), detti tentacoli, ognuno dei quali porta all’apice una sostanza vischiosa secreta dalle ghiandole stesse. Ciò conferisce alla Drosere quell’aspetto “imperlato di rugiada” che le rende straordinarie e che è la croce e la delizia dei fotografi.

Ma torniamo a noi. Le goccioline luccicanti attirano insetti, i quali si avvicinano e si posano prima di accorgersi che quella non è acqua, ma una sostanza trasparente e maledettamente adesiva. Ovviamente cercano di fuggire e quasi mai ci riescono, anche perché così non fanno che peggiorare la situazione: la drosera reagisce agli stimoli tattili ripiegando i margini delle foglie e quindi imprigionando definitivamente l’insetto, che verrà poi, con calma, svuotato, prosciugato, assorbito dalla pianta stessa.

Per inciso la Drosera “mangia” soprattutto moscerini, ma non è raro che riesca a catturare anche prede relativamente grandi come ragni e piccole farfalline. Per una pianta microscopica – le foglie, a cucchiaio, hanno dimensioni medie di 5 x 7 millimetri, su un peduncolo di 10, massimo 15 (sempre millimetri)! – non è male. D’altronde la condizione di “carnivoricità” è quasi obbligatoria per lei, che ha così elaborato un sistema raffinato e pressoché infallibile, a differenza ad esempio delle specie del genere Pinguicola, che si limitano ad acchiappare una formica ogni tanto (meno del 10% di quelle che “capitano a tiro”, a quanto pare dai pochi studi empirici effettuati). Anche le pinguicole vivono su suoli acidi, carenti di azoto (pareti rocciose soggette a stillicidio, vallette nivali, superfici muschiose), ma evidentemente per loro il mangiar carne è una condizione facoltativa: se c’è, bene, sennò si accontentano. La Drosera no.

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