Dal 14 al 15 Aprile 2012 Workshop Parco Naturale del Delta del Po

Il grade fiume racconta…

Parco Regionale Delta del Po

Punte Alberete
Punte Alberete è una foresta allagata di Salice, Frassino, Pioppo, Olmo, Farnia, Frangola, ed Ontano, inframmezzata, nelle bassure, da ampi specchi d’acqua all’interno dei quali predominano lamineti a Ninfea bianca e Salvinia, Tifeti, Saliceti e Giuncheti. Fra le rare piante palustri che vivono nella palude citiamo le fioriture più vistose: Orchidea, Iris giallo, Giunco fiorito, Salcerella, Campanellino e Ninfea bianca. Pesci, rettili (fra cui la testuggine palustre), anfibi (rane, rospi, tritoni), insetti, molluschi e rare specie di uccelli: la grande garzaia di Punte Alberete ospita Airone rosso, bianco e cinerino, Nitticora, Sgarza ciuffetto, Ibis mignataio, Marangone minore e molti altri ancora. Importante la nidificazione della Moretta tabaccata. Valli di Comacchio Sono il regno dell’anguilla e di una miriade di uccelli che si possono avvistare seguendo alcuni dei tanti percorsi possibili. Oltre 13.000 ettari d’acqua in cui il paesaggio, a tratti minimale, presenta la vegetazioni tipica delle aree salmastre. La salina Di oltre 600 ettari, situati alle spalle di Lido degli Estensi, la salina conserva un impianto realizzato in epoca napoleonica. Canali specchi d’acqua per un’eccellenza naturalistica di estremo interesse nella quale il Parco del Delta del Po dell’Emilia – Romagna sta realizzando opere di ripristino ambientale per riprodurre il sale a fini divulgativo didattici e consentire una fruizione ambientale adeguata.

Focus del corso
Questo è un corso ideale per chi è già in possesso delle tecniche di base, ha confidenza con tempi e diaframmi e sa esporre correttamente leggendo un istogramma e desidera approfondire la tecnica e il linguaggio fotografico, l’uso del tele obbiettivo, la fotografia agli uccelli e al paesaggio.

  • Fotografia di paesaggio e uso del teleoobiettivo
  • L’esposizione ottimizzata per il file RAW
  • Regole di composizione, la grammatica della fotografia e l’arte di comunicare.
  • Uso creativo degli obbiettivi dal super grandangolo a tele per il paesaggio

Attrezzatura base consigliata:

  • Macchina fotografica reflex.
  • ottiche dal grandangolo al teleobiettivo.

Docenti:

Fabio Liverani

Partner
Nikon School

Partner tecnico

Quota di partecipazione:

Costo del corso 275, 00 euro
suppl. camera singola 10, 00 euro (se diponibile)
MInimo 6 massimo 14 partecipanti
quota accompagnatori non fotografi euro 175, 00
Minimo partecipanti 6, massimo 14.

Scadenza prenotazioni:

Entro 15gg dalla data del corso.
Superata la data di scadenza la quota può subire variazioni di prezzo.

Cosa comprende:

  • Docenza di fotografi professionisti
  • Pernottamento e mezza pensione in hotel
  • Possibilità di provare attrezzatura professionale  Nikon, Swarovski
  • treppiedi e teste Manfrotto,  accessori.
  • Gadgets Manfrotto

Non comprende:

  • Pranzi, bevande e extra
  • Trasferimento al punto di partenza del programma e trasferimenti locali
  • Tutto ciò che non è citato in “comprende”

INFO e ISCRIZIONI

Organizzazione tecnica

Associazione culturale Viaterrea

http://www.viaterrea.it/

 

 

fotografia, d’amore e altre sciocchezze

Di fotografia, d’amore
e di altre sciocchezze

di Fabio Liverani – Ev-Magazine

Impazzisco al vento, perso nel vortice di una sensazione nuova e sconosciuta. Sfioro la luce della candela che illumina la notte e sorrido in un angolo, nel buio. Penso. “L’Agnese va a morire” è il titolo di un libro – Renata Viganò, “I Coralli” 1949 – ma più noto come quello di un film sulla seconda guerra mondiale, girato nel 1976 da Giuliano Montaldo. “L’Agnese va a morire” è anche una casa, allagata appunto per esigenze cinematografiche, è luogo di malinconia. E questa è la storia malinconica di un luogo da me fotografato più volte nel corso degli anni. Per affezione. Per la meraviglia che mi suscita ogni volta. Questa storia è anche l’occasione per scrivere di sensazioni fotografiche, di emozioni. Non quelle che comunicherà la fotografia, ma quelle che noi proviamo nel comunicare attraverso la fotografia. Se le analizziamo, apprenderemo di più su noi stessi e su quali elementi possano influenzare il nostro vedere, cosa attira la curiosità fotografica che avvertiamo e, di pari passo, il desiderio di raccontare con le immagini. L’“Agnese” è ormai diventata davvero vecchia: sta cadendo a pezzi, pare non interessi a nessuno, nemmeno all’ente Parco Regionale del Delta Del Po. Fatto sta che oggi è un mucchio di pietre. Di lì è passata la storia del cinema, e di conseguenza quella della letteratura, e poi decine, forse centinaia, di fotografi. Ma poco importa, forse, perché ormai l’“Agnese” è un mucchio di pietre consunte, dimenticate dagli uomini e dal tempo inclemente. La prima volta che la vidi mi colpì l’acqua tutt’intorno: questa parte di Po, di valli, di coltivi strappati con forza alle acque, di pescatori e di cacciatori, anacronistici quanto il luogo, che donano al luogo stesso quel fascino strano che solo i grandi contrasti comunicano. Questo è un parco, sì, ma solo in alcune aree: lì si caccia e si pesca, là no; e ci si può incontrare tutti qui, presso il Casone Foce, a due passi dall’“Agnese”.


“L’Agnese va a morire” è un romanzo scritto da Renata Viganò, forse di ispirazione autobiografica dato che la scrittrice, che iniziò precocemente a scrivere all’età di tredici anni, fu con il marito un’attivista della resistenza italiana. Il romanzo è ambientato nelle valli di Comacchio durante la seconda guerra mondiale, negli ultimi mesi precenditi alla liberazione dell’Italia. Tradotto in tredici lingue il romanzo valse alla scrittrice il premo Viareggio nel 1949, oltre una trasposizione cinematografica di Giuliano Montaldo nel 1976.

La prima volta scelsi l’acqua ad incorniciare la casa; acqua e nebbia, la nebbia le donava. Son passati vent’anni. Un’altra volta non mi accontentai di guardare, e volli fotografare di nuovo: mancavano pezzi, parti di muri, il tetto era ormai un ricordo.

Decisamente era già decrepita qualche anno fa, nel 2008, quando per un servizio di “Geo Magazine” volli costruire un’immagine diversa. Esprimeva un sentimento che avvertii come nuovo, e allora scelsi il sole, ed una barca tipica, a pertica, che si avvicinasse alla casa, a ridarle metaforicamente una speranza e una possibilità di vita. Forse era soltanto il mio desiderio di rivederla. Come dice il proverbio, non c’è due senza tre, e infatti esiste una terza immagine.

Questa volta portai persone – un workshop fotografico nel delta del Po fu l’occasione – e non ricordo se portai i partecipanti a vedere l’“Agnese” o se, più probabilmente, volli far vedere la loro presenza all’“Agnese”, per dirle che ancora era bella e meritava un gruppo di persone ad immortalarla, prima che il crollo definitivo la rendesse irriconoscibile.

Nell’immagine l’“Agnese” è di sfondo, illuminata da una luce dura come il ferro, in primo piano un fotografo con la sua attrezzatura. Ancora un sentimento diverso, maturato nel tempo e nella decadenza di un luogo d’affezione: un luogo che cambia, come cambia la pelle, e ispira negli anni sensazioni in evoluzione.

Non so se ci sarà mai una quarta immagine: mi piacerebbe ricordare fotograficamente l’“Agnese” com’era la prima volta che l’ho vista, ma magari qualcuno ancora lo accompagno a vederla, o gli indico la strada. Più per l’“Agnese”, che per altro.

Il grande fiume racconta

Il grande fiume racconta:
Parco del Delta del Po
testo di Sandro Bassi
fotografie di Fabio Liverani

Le terre del Po, fatte di terra grassa fra il grande fiume e l’Appennino, nebbia densa e gelata le opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia sui cervelli della gente. Il grande fiume raccoglie, ogni giorno, sulle rive della bassa padana, nuove favole vere che la corrente porta al mare come foglie morte, disperdendole nei mille dedali del suo delta.
(anonimo romagnolo., fine del XX secolo)

Il Po, maggior fiume italiano, nasce dal Monviso, spacca in due la pianura padana e prima di morire in Adriatico forma un dedalo di rami, canali, valli: il Delta. E’ noto come questo “sistema” sia in continua evoluzione, anche solo per il continuo apporto di sedimenti che si accumulano nel tratto terminale e fa sì che il corso del fiume, attualmente circa 650 km in tutto, continui costantemente ad “allungarsi”.
Le principali diramazioni o bocche attuali sono: Po di Levante, di Maistra, di Pila, di Tolle, di Gnocca, di Goro.

Fra terra e acque

Anche solo duemila anni fa, quando nacque Cristo, quando Comacchio era un pugno di insediamenti su tredici isolette sperdute nell’immensità della laguna, quando nei pressi di Ravenna i Romani di Augusto cominciarono a piantare pini per l’arsenale di Classe, l’attuale Delta era mare aperto e la costa molto più arretrata; nel tempo successivo correnti, depositi alluvionali, sabbie e limi portati dal grande fiume hanno dato vita ad un ambiente mutevole, estremamente diversificato e ricco di flora e fauna. Nel 1988 è stato istituito dalla Regione Emilia Romagna il Parco del Delta, primo passo per la creazione di un’area protetta oggi estesa oltre 100 mila ettari su tre province – Ravenna, Ferrara, Rovigo – di due regioni (E/R e Veneto).
Va detto subito che, nell’attuale parco, all’apparato deltizio vero e proprio (il cosiddetto “Po vivo”) si aggiungono nella parte meridionale, fino alle Saline di Cervia, diverse altre zone umide costiere; se è vero che queste sono oggi “svincolate” e geograficamente autonome rispetto al vero Delta, va comunque ammesso che ricadono in quel corollario di ambienti storicamente connessi al Po e derivati da esso per evoluzione relativamente recente: basti citare il Reno, che scorre nel vecchio alveo del Po di Primaro o le zone umide ravennati giacenti nel bacino dell’antico Eridano.
Non si tratta di un’area continua bensì frazionata in una serie di “stazioni” disgiunte tra loro. Potremmo dire che il vero comun denominatore è l’acqua. Acqua che caratterizza questo parco e lo rende unico, diverso da tutti gli altri in Italia, preziosissimo e importantissimo anche se non sempre di “immediata comprensione”. Vaghi paragoni sono possibili con le foci del Rodano, del Danubio, del Guadalquivir e tuttavia il Po resta sempre il Po. L’acqua gli dà vita e bellezza, ma lo rende in buona parte inaccessibile almeno per il turista “normale”, non dotato di barca. Questa si può trovare sul posto, anche con gite collettive ad orario cadenzato (ad esempio da Goro, da Gorino o dal “museo delle valli” di Comacchio), un po’ rumorose – non sono l’ideale per il birdwatching, ad esempio – ma consigliabili per un primo approccio al Delta.
Da un punto di vista meramente logistico ha ragione chi dice che qua, sul Delta, ti muovi in barca oppure in bici. L’auto non consente di apprezzare (spesso neppure di trovare) le vere emergenze naturali e per converso a piedi si può far poco: parte delle pinete di Ravenna e Punte Alberete, qualche spiaggia selvaggia, qualche argine, qualche percorso tra i canneti, ad esempio quello recentemente approntato fra Gorino e il Faro, e poco altro.
Esiste sempre il rischio che chi si aspetta panorami mozzafiato o scorci “potenti” resti deluso. In estrema sintesi, il Delta oggi è fatto di relitti: relitti di una natura meravigliosa che l’uomo ha piegato, costretto, ridotto e cercato di dominare senza mai riuscirci del tutto.

Itinerari nel ravennate

Di questo territorio sospeso fra terra e acqua, in equilibrio instabile (per certi aspetti addirittura precario, comunque sempre dinamico) fra l’una e l’altra, vista anche la sua complessità, non possiamo dare qui una descrizione esaustiva. I limiti di spazio ci impongono di indicare solo alcune mete tra le più importanti, rimandando il lettore alla bibliografia e alla documentazione reperibile anche sul posto (centri-visita del parco sono stati aperti, negli ultimi anni, in tutti i maggiori centri).
In un ipotetico viaggio da sud a nord incontreremmo per prime le Saline di Cervia, consigliabili soprattutto – ma questa è quasi una costante per il Delta – agli appassionati di ornitologia. I bacini d’acqua salmastra, bassa, calda, ricca di crostacei e dal fondo melmoso, sono un paradiso per tutti i limicoli (alla lettera “abitatori del limo”) in particolare per le avocette, inconfondibili per lo stranissimo becco rivolto all’insù, per i cavalieri d’Italia e, ultimamente anche per i fenicotteri, fermatisi ripetutamente anche in numero molto elevato (oltre cento esemplari).

Le saline sono il prodotto di un lavoro umano millenario – una tradizione, peraltro non provata, parla di origini etrusche – che però si è sovrapposto, affiancato, “sposato” all’antica impostazione della natura. I bacini sono artificiali (una decina di grandi vasche, su oltre 800 ettari) e arginati ma ricavati da bassure preesistenti e sui bordi continua e vegetare la flora “alofila” (alla lettera “amica del sale”) che, per quanto modesta in dimensioni e sviluppo, presenta adattamenti mirabili, specie assai rare e cromatismi insoliti, dal rosa al violaceo.

Visite interne sono possibili solo previa richiesta al Corpo Forestale e peraltro una buona visione dell’insieme si può avere anche dagli argini perimetrali, magari staccandosi dalla trafficatissima Statale Forlì- Cervia.

Un grande salto a nord di Ravenna consente di accedere alla porzione più interessante delle Pinete, quella di San Vitale, e all’antistate Oasi di Punta Alberete. Si tratta di due ambienti clamorosamente belli ma diversissimi tra loro. Il primo è bosco asciutto e semi-naturale (il pino è stato quasi certamente introdotto e comunque all’uomo è imputabile la sua larga diffusione a scapito delle latifoglie autoctone), mentre il secondo, sia per struttura che per composizione floristica, presenta aspetti più naturali e più igrofili, assimilabili a quelli delle antiche foreste padane allagate. Pioppi, salici, frassini, ontani e rare querce (farnie) popolano le bassure, alternandosi ai “chiari” (acquitrini aperti, bordati da canneti). Una serie quasi impercettibile di “staggi” – cordoni debolmente rilevati, corrispondenti a paleo dune – ci permette di capire l’evoluzione della linea costiera.

E’ possibile compiere un’escursione a piedi che attraversa entrambi gli ambienti e che a Punte Alberete si svolge nell’unico percorso fattibile (ad anello, prima su passerelle nel bosco allagato, poi su carraia erbosa, infine su uno “staggio”) mentre per la pineta comprende un giro che passa per la Ca’ Vecia, antico edificio pinetale oggi adibito a centro-visite. Da qui verso destra si raggiunge l’affascinate Buca del Cavedone, in un paesaggio dal sapore vagamente esotico fatto di canali, acquitrini popolati da anatre e sorvegliati da aironi e infine le Piallasse, grandi distese d’acqua collegate al porto-canale Candiano. Ritorno per le pineta tramite un sentiero parallelo poco più a nord, con aspetti mediterranei che si alternano piacevolmente a scorci umidi o umidissimi, come nella Bassa del Pirottolo, dove un acquitrino circondato da giunchi e canne serpeggia lungamente nella pineta.

Info, per conoscere meglio il delta a livello fotografico:

Dal 14 al 15 Aprile 2012 Workshop Parco Naturale del Delta del Po
Workshop nel Parco Regionale della Val D’Aveto in Liguria. Un weekend fotografico immersi nel caldo foliage dell’appennino ligure con monti che arrivano fino a 1800m a cavallo fra pianura Padana e mare. … →

 

Tornati dal Photoshow di Roma

photoshow_01Per descrivere le giornate del Photoshow non ho che un solo aggettivo: Caos. E’ proprio questa la sensazione che si sente appena arrivati. A parte i cartelli stradali non sempre comprensibili e i parcheggi superaffollati, che ancora ora non so se sono a pagamento oppure no, l’interno della fiera non era da meno. Trovare uno stand preciso era a prova di esploratore della jungla, alcuni stand erano presi d’assalto per via delle “modelle” talvolta improvvisate che posavano per tutti gli amatori alla ricerca di qualche scatto (mi chiedo perchè in fiera poi…). Per il professionista non c’era molto, devo dire che tutto era orientato per un utente medio, evoluto ma amatore, a parte alcune case che effettivamente se richiesto seguivano le richieste dei professionisti. Interessante il mercatino che per noi fotografi di reportage naturalistico offre sempre accessori, anche vecchi, che se adattatti possono risolvere problemi meccanici/elettrici, come per esempio anelli di conversione, cavi flash, prolunghe, tubi, piastre e supporti. Una fiera neanche molto grande, dove  nel marasma, non ho notato novità eclatanti. Insomma torniamo non molto soddisfatti, forse siamo troppo esigenti, o forse questa fiera non è riuscita a confermare le attese. Per quanto riguarda nello specifico il settore naturalistico, non c’era in pratica nulla di interessante, a questo punto non rimane che attendere la Po Delta Fair che si terrà dal 30 Aprile al 2 Maggio 2010.