di Fabio Liverani – tratto da Ev-magazine
Pensare che la fotografia sia la semplice riproduzione della realtà è affare assai arduo. Se ci scrolliamo di dosso questa idea, possiamo iniziare a pensare che la fotografia in quanto realizzata da uomini è un interpretazione di quello che è la realtà. Quest’ultima – l’interpretazione – può tradursi in modi differenti che dipendono dal contenuto, il fruitore e da chi colui che sta esprimendosi. Esistono, come le idee, modi diversi di interpretare la stessa realtà attraverso le immagini. Come tutti i mezzi di comunicazione la fotografia ci regala l’opportunità in un linguaggio universale di documentare, narrare, stupire, emozionare. Chiaramente chi si pone davanti ad una fotografia deve saper fin da subito che quello che sta osservando, se non contestualizzato può avere valori interpretativi ben differenti. Questo perché una fotografia può mostrare lo stesso oggetto, grazie ad espedienti tecnici e l’idea del fotografo, in modi diversi e in un certo verso riprodurlo per fisicamente quello che è realmente o totalmente reinventarlo. Finché un soggetto è fisico per il fruitore è immediata la distinzione di un soggetto reale, da quello che può essere una totale interpretazione artistica dell’autore. La difficoltà di lettura o se volete di realizzazione, di un’immagine incorre quando il “soggetto” diventa un’azione o un concetto. Per semplificare quello che voglio illustrarvi, prendo ad esempio una bottiglia di vino. Il prodotto delle vigne può semplicemente essere raffigurato come la fotografia di una bottiglia, piuttosto che l’immagine contestualizzata della bottiglia con la vigna che ne ha prodotto il contenuto, questa sarà un’immagine documentale, la pura interpretazione della realtà per come è, ideale nella realizzazione di un catalogo di vini.
Invece nel caso vogliamo illustrare un concetto, occorre un livello più alto di espressione. Occorre mediare con il fruitore, attraverso immagini, che ritraendo elementi reali possano far interpretare per esempio il concetto di “vino buono” o ancor più difficilmente la tipologia del vino. Stiamo attraversando il confine che porta dalla fotografia documentale a quella che pur sempre reale, sviluppa un concetto. Nel caso di un vino possiamo portare l’esempio, di queste pagine, di come le condizioni climatiche possono variarne la qualità. Le nebbie, ci fanno capire che il territorio subisce periodi di inversione termica e forte umidità, l’aspetto collinare del luogo ci suggerisce la direzione dell’esposizione al sole e alcune possibili caratteristiche del terreno dove sorge della vigna. Per un lettore avvezzo alla viticultura questo tipo di immagine esprime molti concetti e informazioni sul possibile gusto e la qualità di un vino. A sua volta anche per un inesperto, le suggestioni delle nebbie e le luci morbide possono suggerire un concetto di gusto e se non altro come viene coltivato. Per il fotografo esprimere le qualità del vino, evitando di fotografare semplicemente la bottiglia chiaramente impone, uno studio del prodotto, della vigna, del contesto geografico e non meno importante la storia e come viene prodotto.
Gli stessi concetti per puro assurdo possono essere espressi in modo totalmente diverso e molto più creativo, eliminando tutto ciò che può essere reale, cosa che spesso fa la pubblicità. Si potrebbe esprimere come un vino sia di alta qualità, fotografando non più il vigneto, ne il suo produttore, nemmeno le botti, ma per esempio ricostruendo una scena storica di eventi mondani del settecento, portando il “lettore”, in certo modo a pensare, che i nobili di quel periodo certamente non avrebbero mai bevuto un prodotto di bassa qualità. In quest’ultimo caso sicuramente la mia espressione non è stata ne documentaristica (la semplice fotografia della bottiglia), neppure interpretativa della realtà (le nebbie, il tramonto e la vigna), ma totalmente di pura invenzione, in un certo verso finzione, funzionale nel comunicare la qualità del nostro vino e magari portare il fruitore ad acquistarlo.




