E’ quella delle Bocchette, sulle Dolomiti di Brenta. Di fascino selvaggio malgrado le tonnellate di acciaio con cui è stata attrezzata, di valore storico, geografico ed escursionistico. E’ del tutto immune dai difetti che oggi vengono riconosciuti alle ferrate in quanto tali? Ma il problema sta solo nelle ferrate o anche in chi le frequenta?
Testo di Sandro Bassi
Fotografie di Fabio Liverani
Entrata nell’immaginario collettivo come la ferrata delle vertigini, degli scorci cartolineschi con l’omino sempre a picco sul vuoto, la via delle Bocchette è in realtà molto più “naturale” di quanto si creda: sfrutta un autentico sistema di cenge – quei “terrazzi” fra strato e strato sulle pareti di rocce sedimentarie – che solca le dolomie del Brenta e che da tempo immemorabile era noto ai montanari e in parte percorso da cacciatori, pastori, alpinisti, cercatori di fossili e di cristalli. A partire dal 1932 – a quella data risalgono i primi lavori – le cenge (seghe nel dialetto locale, perché rendono seghettato il profilo della rupe) sono state adattate, allargate, regolarizzate, “piallate”. Come? Con piccone, scalpelli, palanchini, poi – non va negato – anche con mezzi meno nobili: esplosivo, martelli pneumatici a generatore e così via; ma erano preesistenti e sono tuttora ben riconoscibili; e il percorso, più che violentare la parete, le segue ovunque possibile. Ovvio che sono oggi attrezzate con un cavo d’acciaio fissato alla roccia ogni tot metri, come un corrimano con funzioni anche salvavita – l’escursionista vi fa scorrere un moschettone collegato all’imbraco tramite cordino – e che, ove non si poteva fare altrimenti, sono state aggiunte passerelle, pioli in ferro poggia-piedi, o anche vere e proprie scalette.
Le cenge conducono il moderno escursionista in un itinerario incredibilmente vario e mutevole, grazie alle frequenti bocchette (valichi) che immettono da un vallone all’altro. Le torri, i pinnacoli, le crode che hanno visto le pagine più gloriose dell’alpinismo dolomitico, in primis il Campanil Basso, spuntano qua è là sopra il percorso e lo rendono ancora più suggestivo. Loro, le strutture rocciose storiche, sono rimaste immuni dal ferro poiché fin dall’origine c’è stata negli ideatori di questo itinerario una sorta di coscienza ambientalista ante litteram: <I sentieri [della via delle Bocchette] non devono raggiungere alcuna vetta o seguire note vie d’arrampicata: non devono in alcun modo deturpare l’ambiente> scrivono Strobele e Castelli a fine anni ’30. C’è anche da dire che il naturalista, sulle vie delle Bocchette, oltre a scorci di immenso interesse paesaggistico, può vedere le piante rupicole più belle delle Dolomiti: il raponzolo di roccia, il giallo papavero retico (lo stesso che colonizza i ghiaioni), la linaria alpina o la celebre “enrosadira” (Potentilla nitida), fatta di un cuscinetto di foglie argentee e fiori color tramonto.
Infine la via delle Bocchette consente, oltre che di andare da un rifugio all’altro, di effettuare itinerari più o meno lunghi a seconda di una serie infinita di variabili: preparazione individuale, tempo a disposizione e atmosferico, voglia, eccetera; concatenandola con gli altri sentieri attrezzati che ne rappresentano le prosecuzioni vi si può star sopra fino a cinque giorni; il minimo è comunque uno ma quasi tutti glie ne dedicano almeno un paio. In questo senso, le Bocchette costituiscono non una “ferrata gratuita” che viola una cima più o meno brutalmente, ma un percorso con una sua logica ed un suo senso geografico.
Poi, inutile negarlo, anche qui si trovano, nelle domeniche estive di bel tempo, le code come in autostrada, le liti fra cittadini che si portano dietro anche in ferie un po’ di nevrosi metropolitana, le scene di panico di chi scopre che <c’è il vuoto>, i gridolini isterici. C’è quello che esegue pedissequamente tutte le norme di autosicura anche dove la cengia è larga due metri e si potrebbe passare in bicicletta e quello che non ha neppure il casco, che risulta forse l’attrezzo più utile. C’è lo sbruffone che deve esibire la più antipatica sicumera e l’imbranato che crea tappi mostruosi.

A chi scrive è capitato – ma fu vent’anni fa – di soccorrere un’intera famigliola in scarpe da ginnastica e senza neppure uno straccio di cordino, in pieno tratto centrale delle Bocchette Alte e con le tenebre ormai incombenti, con i due genitori seriamente provati e i due bambini altrettanto. Oggi i tratti iniziali lasciati volutamente senza attrezzature per creare una sorta di filtro selettivo, i cartelli in tutte le lingue che fanno presente l’ovvia esistenza di rischi, la maggior preparazione, fanno sì che scene del genere siano sempre più rare. Tuttavia non va sottaciuto che sulle ferrate, anche facili e perfettamente attrezzate e segnalate come questa, avvengono comunque più incidenti che sulle vie di sesto grado. Per distrazione, superficialità, inadeguatezza del materiale personale. Ma si tratta di carenze soggettive, non tanto e non solo di pericoli oggettivi. In altre parole la colpa, se di colpa si può parlare, è di chi non valuta bene i propri limiti.
Per una “personale interpretazione” delle Bocchette
Come già accennato, la Via delle Bocchette consente di effettuare una grandiosa traversata del gruppo dolomitico del Brenta ed è combinabile in vario modo con altri sentieri attrezzati al fine di compiere percorsi ad anello che rispondano ad esigenze differenti.
L’inizio classico sarebbe da nord, esattamente dal Rifugio Grostè (2438 m), tra l’altro raggiungibile con l’omonima funivia da Madonna di Campiglio (partenza dalla strada per il Passo Carlo Magno). Tuttavia riteniamo di proporre, in alternativa, la salita a piedi da Vallesinella, più affascinante e selvaggia, attraverso boschi di abete rosso e larice prima, di pino mugo poi. Malga Vallesinella (1513 m) è raggiungibile da Madonna di Campiglio con una stretta strada forestale; attenzione: i posti auto sono limitati ed in estate, quando il parcheggio è pieno, la strada viene chiusa e vi viene organizzato un servizio di bus-navette. Da qui in un paio d’ore o poco più, tramite il sentiero che passa per il Casinei (1825 m), si raggiunge il Rif. Tuckett (2272 m), incastonato in ambiente già d’alta quota, fra pareti dolomitiche e nevai semiperenni che qui chiamano “vedrette”. Negli immediati dintorni si trovano notevoli esempi di karren, manifestazioni di carsismo con lastroni solcati da fessure più o meno profonde; sono i più belli delle Dolomiti.

Dal Tuckett si risale tutta la vedretta soprastante – necessari, spesso, piccozza e ramponi – fino alla cresta dove si incontra la ferrata delle Bocchette Alte: la si segue verso destra, cavalcando lungamente una serie di picchi che sfiora i tremila metri; una facoltativa deviazione porta alla Cima Brenta, 3150 m, seconda solo alla Tosa come “tetto” del massiccio. Oltrepassato lo Spallone di Massodì (2999 m) si dia un’occhiata all’orologio e alle condizioni del tempo: da una caratteristica forcella, Bocca Bassa di Massodì, si può effettuare una “ritirata strategica” tramite il vertiginoso sentiero attrezzato “Oliva Detassis” – una serie di scalette che si buttano giù per una parete verticalissima – verso il non lontano Rif. Alimonta (2580 m). Altrimenti, proseguendo in quota, si doppia la cima Molveno e si va a percorrere il tratto più bello e famoso delle Bocchette, ricavato da un’impressionante successione di cenge tra le crode che hanno fatto la storia dell’alpinismo: Campanili Alto e Basso, Sfulmini, Brenta Alta. Arrivati alla Bocca di Brenta – forcella sospesa fra cielo e rocce – si decide: a sinistra, appena di là dalla cresta, si raggiunge il Rif. Pedrotti (2439 m); a destra, con percorso più lungo, si scende al Rif. Brentei (2182 m). Da qui con il Sentiero Bogani si torna a Vallesinella.
E’un itinerario sufficiente a farsi un’idea dell’ambiente delle Bocchette e del Brenta. Può essere ulteriormente arricchito, ma già così richiede almeno tre giorni. Pernottamento in rifugi; consigliata la prenotazione. Necessaria l’attrezzatura completa da ferrata, incluso dissipatore; indispensabile la cartina dei sentieri e magari anche una guida (in libreria se ne trovano parecchie). Sulle condizioni meteo e su quelle dei nevai, informarsi presso i gestori dei rifugi.
Oggi sono contestate da molti. Pericolose, irrispettose dell’ambiente, inutili…Ma sono tutte così?
Se è concesso un paragone ardito, le vie ferrate stanno agli alpinisti come le grotte turistiche stanno agli speleologi. Cioè male, molto male.
In linea di massima un arrampicatore, ma come lui anche un amante della montagna duro e puro, detesta il ferro sulle crode, le scalette, le ferle, i cavi d’acciaio dove prima c’erano solo rocce solcate da fessure e appigli. Allo stesso modo uno speleologo, e come lui i naturalisti in genere, mal sopporta le passerelle in cemento, le improbabili luci colorate che fanno anche crescere le alghe sulle stalattiti, i ciceroni di Frasassi. Gli uni e gli altri, dal loro mero punto di vista, hanno ragioni da vendere perché sanno e vedono quanto una montagna, o una grotta naturale, possano esser umiliate da una frequentazione umana massiccia. Si dirà – e si dice, eccome – che la loro è una concezione nazistoide della montagna, vista come patrimonio di pochi eletti che sanno scalare o scendere negli abissi attaccati ad una sottile corda di nylon, con sommo sprezzo del pericolo e soprattutto della democrazia, che vorrebbe invece – ovvio – una montagna per tutti.
In realtà le cose non stanno proprio così. La questione è assai poco politica e le ferrate, come le grotte turistiche, non sono né di destra né di sinistra.
E allora cerchiamo di fare come la nostra semplice maestra delle elementari quando ci insegnava che <capacità delle persone intelligenti è il non fare d’ogni erba un fascio>. Appunto, facciamo dei distinguo: non tra ferrate belle e ferrate brutte, affare squisitamente soggettivo, ma tra ferrate di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno, con giovamento della montagna e sacrificio modesto degli utenti, e ferrate invece con un valore: storico e culturale innanzitutto, ma anche – perché no? – escursionistico e geografico.
Tra gli esempi illuminanti per quest’ultima casistica va presa appunto la Via delle Bocchette in Brenta, che pure si trova in un area protetta (Parco Nazionale Adamello-Brenta), che pure ha avuto i suoi morti – un’altra delle critiche riguarda infatti la scarsa sicurezza delle ferrate – e che pure, di sicuro, non è esente da problemi.
Storia delle ferrate in pillole
Impossibile stabilire la data di nascita della prima ferrata: in un certo senso potrebbe essere il 1492, con la salita <mediante castello di scale> della vetta dell’Aguille da parte di Antoine de Ville, ciambellano di Carlo VIII; in senso lato accorgimenti vari per agevolare la percorribilità di rupi con strutture fisse sono noti fin dall’antichità, pare fin dal Paleolitico, e persistono ad esempio nei camminamenti attrezzati dai pastori con tronchi di ginepro sul Supramonte sardo. Nell’Ottocento i cavatori apuani avevano già realizzato percorsi espostissimi, su creste o su vere e proprie pareti, utilizzando fittoni, passerelle, mancorrenti, o intagliando gradini sulla roccia viva a colpi di piccone, il tutto per collegare cave anche abbastanza distanti tra loro.
In senso moderno la prima <via alpinistica ferrata> è quella sul Hoher Dachstein, in Austria (1843). In Italia – ma all’epoca era Impero austro-ungarico – è quella della cresta della Marmolada di Penia (1902). La Grande Guerra vide, soprattutto in Dolomiti, la realizzazione di ferrate a scopo militare che oggi sono state in parte ripristinate: a puro titolo di esempio, fra le più consigliabili, si possono citare la Cresta del Costabella, a nord del passo San Pellegrino, quella del Col di Lana e quella, tecnicamente più impegnativa, “delle Trincee” sulla cresta del Padon, a nord della Marmolada. Al ’37 risalgono i primi lavori per la via delle Bocchette, ripresi nel dopoguerra – ci lavorò anche il mitico Bruno Detassis, alpinista di serie A e per anni gestore del rifugio Brentei – e terminati nel ’53. Ma come per molti altri interventi a scarso rispetto ambientale, furono gli anni ’60 e ’70 quelli dell’abuso. Di recente Mountain Wilderness ha compilato un censimento, in cui compaiono ferrate davvero poco compatibili con la tutela delle montagne e del paesaggio, non contestualizzate nel territorio e prive di qualsiasi valore storico e anche escursionistico che non sia quello, “gratuito” e anacronistico, del salire con ogni mezzo per raggiungere una cima. Non è però il caso delle Bocchette.