Il grande fiume racconta

Il grande fiume racconta:
Parco del Delta del Po
testo di Sandro Bassi
fotografie di Fabio Liverani

Le terre del Po, fatte di terra grassa fra il grande fiume e l’Appennino, nebbia densa e gelata le opprime d’inverno, d’estate un sole spietato picchia sui cervelli della gente. Il grande fiume raccoglie, ogni giorno, sulle rive della bassa padana, nuove favole vere che la corrente porta al mare come foglie morte, disperdendole nei mille dedali del suo delta.
(anonimo romagnolo., fine del XX secolo)

Il Po, maggior fiume italiano, nasce dal Monviso, spacca in due la pianura padana e prima di morire in Adriatico forma un dedalo di rami, canali, valli: il Delta. E’ noto come questo “sistema” sia in continua evoluzione, anche solo per il continuo apporto di sedimenti che si accumulano nel tratto terminale e fa sì che il corso del fiume, attualmente circa 650 km in tutto, continui costantemente ad “allungarsi”.
Le principali diramazioni o bocche attuali sono: Po di Levante, di Maistra, di Pila, di Tolle, di Gnocca, di Goro.

Fra terra e acque

Anche solo duemila anni fa, quando nacque Cristo, quando Comacchio era un pugno di insediamenti su tredici isolette sperdute nell’immensità della laguna, quando nei pressi di Ravenna i Romani di Augusto cominciarono a piantare pini per l’arsenale di Classe, l’attuale Delta era mare aperto e la costa molto più arretrata; nel tempo successivo correnti, depositi alluvionali, sabbie e limi portati dal grande fiume hanno dato vita ad un ambiente mutevole, estremamente diversificato e ricco di flora e fauna. Nel 1988 è stato istituito dalla Regione Emilia Romagna il Parco del Delta, primo passo per la creazione di un’area protetta oggi estesa oltre 100 mila ettari su tre province – Ravenna, Ferrara, Rovigo – di due regioni (E/R e Veneto).
Va detto subito che, nell’attuale parco, all’apparato deltizio vero e proprio (il cosiddetto “Po vivo”) si aggiungono nella parte meridionale, fino alle Saline di Cervia, diverse altre zone umide costiere; se è vero che queste sono oggi “svincolate” e geograficamente autonome rispetto al vero Delta, va comunque ammesso che ricadono in quel corollario di ambienti storicamente connessi al Po e derivati da esso per evoluzione relativamente recente: basti citare il Reno, che scorre nel vecchio alveo del Po di Primaro o le zone umide ravennati giacenti nel bacino dell’antico Eridano.
Non si tratta di un’area continua bensì frazionata in una serie di “stazioni” disgiunte tra loro. Potremmo dire che il vero comun denominatore è l’acqua. Acqua che caratterizza questo parco e lo rende unico, diverso da tutti gli altri in Italia, preziosissimo e importantissimo anche se non sempre di “immediata comprensione”. Vaghi paragoni sono possibili con le foci del Rodano, del Danubio, del Guadalquivir e tuttavia il Po resta sempre il Po. L’acqua gli dà vita e bellezza, ma lo rende in buona parte inaccessibile almeno per il turista “normale”, non dotato di barca. Questa si può trovare sul posto, anche con gite collettive ad orario cadenzato (ad esempio da Goro, da Gorino o dal “museo delle valli” di Comacchio), un po’ rumorose – non sono l’ideale per il birdwatching, ad esempio – ma consigliabili per un primo approccio al Delta.
Da un punto di vista meramente logistico ha ragione chi dice che qua, sul Delta, ti muovi in barca oppure in bici. L’auto non consente di apprezzare (spesso neppure di trovare) le vere emergenze naturali e per converso a piedi si può far poco: parte delle pinete di Ravenna e Punte Alberete, qualche spiaggia selvaggia, qualche argine, qualche percorso tra i canneti, ad esempio quello recentemente approntato fra Gorino e il Faro, e poco altro.
Esiste sempre il rischio che chi si aspetta panorami mozzafiato o scorci “potenti” resti deluso. In estrema sintesi, il Delta oggi è fatto di relitti: relitti di una natura meravigliosa che l’uomo ha piegato, costretto, ridotto e cercato di dominare senza mai riuscirci del tutto.

Itinerari nel ravennate

Di questo territorio sospeso fra terra e acqua, in equilibrio instabile (per certi aspetti addirittura precario, comunque sempre dinamico) fra l’una e l’altra, vista anche la sua complessità, non possiamo dare qui una descrizione esaustiva. I limiti di spazio ci impongono di indicare solo alcune mete tra le più importanti, rimandando il lettore alla bibliografia e alla documentazione reperibile anche sul posto (centri-visita del parco sono stati aperti, negli ultimi anni, in tutti i maggiori centri).
In un ipotetico viaggio da sud a nord incontreremmo per prime le Saline di Cervia, consigliabili soprattutto – ma questa è quasi una costante per il Delta – agli appassionati di ornitologia. I bacini d’acqua salmastra, bassa, calda, ricca di crostacei e dal fondo melmoso, sono un paradiso per tutti i limicoli (alla lettera “abitatori del limo”) in particolare per le avocette, inconfondibili per lo stranissimo becco rivolto all’insù, per i cavalieri d’Italia e, ultimamente anche per i fenicotteri, fermatisi ripetutamente anche in numero molto elevato (oltre cento esemplari).

Le saline sono il prodotto di un lavoro umano millenario – una tradizione, peraltro non provata, parla di origini etrusche – che però si è sovrapposto, affiancato, “sposato” all’antica impostazione della natura. I bacini sono artificiali (una decina di grandi vasche, su oltre 800 ettari) e arginati ma ricavati da bassure preesistenti e sui bordi continua e vegetare la flora “alofila” (alla lettera “amica del sale”) che, per quanto modesta in dimensioni e sviluppo, presenta adattamenti mirabili, specie assai rare e cromatismi insoliti, dal rosa al violaceo.

Visite interne sono possibili solo previa richiesta al Corpo Forestale e peraltro una buona visione dell’insieme si può avere anche dagli argini perimetrali, magari staccandosi dalla trafficatissima Statale Forlì- Cervia.

Un grande salto a nord di Ravenna consente di accedere alla porzione più interessante delle Pinete, quella di San Vitale, e all’antistate Oasi di Punta Alberete. Si tratta di due ambienti clamorosamente belli ma diversissimi tra loro. Il primo è bosco asciutto e semi-naturale (il pino è stato quasi certamente introdotto e comunque all’uomo è imputabile la sua larga diffusione a scapito delle latifoglie autoctone), mentre il secondo, sia per struttura che per composizione floristica, presenta aspetti più naturali e più igrofili, assimilabili a quelli delle antiche foreste padane allagate. Pioppi, salici, frassini, ontani e rare querce (farnie) popolano le bassure, alternandosi ai “chiari” (acquitrini aperti, bordati da canneti). Una serie quasi impercettibile di “staggi” – cordoni debolmente rilevati, corrispondenti a paleo dune – ci permette di capire l’evoluzione della linea costiera.

E’ possibile compiere un’escursione a piedi che attraversa entrambi gli ambienti e che a Punte Alberete si svolge nell’unico percorso fattibile (ad anello, prima su passerelle nel bosco allagato, poi su carraia erbosa, infine su uno “staggio”) mentre per la pineta comprende un giro che passa per la Ca’ Vecia, antico edificio pinetale oggi adibito a centro-visite. Da qui verso destra si raggiunge l’affascinate Buca del Cavedone, in un paesaggio dal sapore vagamente esotico fatto di canali, acquitrini popolati da anatre e sorvegliati da aironi e infine le Piallasse, grandi distese d’acqua collegate al porto-canale Candiano. Ritorno per le pineta tramite un sentiero parallelo poco più a nord, con aspetti mediterranei che si alternano piacevolmente a scorci umidi o umidissimi, come nella Bassa del Pirottolo, dove un acquitrino circondato da giunchi e canne serpeggia lungamente nella pineta.

Info, per conoscere meglio il delta a livello fotografico:

Dal 14 al 15 Aprile 2012 Workshop Parco Naturale del Delta del Po
Workshop nel Parco Regionale della Val D’Aveto in Liguria. Un weekend fotografico immersi nel caldo foliage dell’appennino ligure con monti che arrivano fino a 1800m a cavallo fra pianura Padana e mare. … →